sabato 22 marzo 2014

LA MAGGIORE CAZZATA DELLA STORIA E' IN CANTIERE: FERMIAMOLA

Con buona pace dei rivoluzionari che vogliono l' altra Europa; qui la notizia del secolo.

CLAMOROSO / IN SEGRETO LA UE PREPARA L'ATTUAZIONE DEL FISCAL COMPACT: 1.000 EURO L'ANNO PER OGNI ITALIANO PER 20 ANNI! In pratica la più colossale cazzata della storia umana

E' in arrivo la maxi-tassa per l'Europa: mille euro all'anno per persona per vent'anni. L'ultimo mostro targato UE: il Debt Redemption Fund (Fondo di Redenzione del Debito) Altro che le buffonate del berluschino fiorentino! Altro che l'altra Europa dei sinistrati dalla vista corta! E' in arrivo sul binario n° 20 (anni) un trenino carico di tasse targate Europa. Ma come!? E le riduzioni dell'Irpef dell'emulo del Berluska? Roba per le urne, che le cose serie verranno subito dopo.

Di cosa si tratta è presto detto. Tutti avranno notato lo strano silenzio della politica italiana sul Fiscal Compact, quasi che se lo fossero scordato, magari con la nascosta speranza di un abbuono dell'ultimo minuto, un po' come avvenne al momento dell'ingresso nell'eurozona per i famosi parametri di Maastricht.

Ma mentre i politicanti italiani fingono che le priorità siano altre, a Bruxelles c'è chi lavora alacremente per dare al Fiscal Compact una forma attuativa precisa quanto atroce. Anche in questo caso, come in quello dell'italica Spending Review, sono all'opera gli "esperti": undici tecnocrati di provata fede liberista, guidati dall'ex governatrice della banca centrale austriaca, la signora Gertrude Trumpel-Gugerell. Entro marzo, costoro dovranno presentare al presidente della Commissione UE, Barroso, le proprie proposte operative. Poi arriverà la decisione politica, presumibilmente dopo il voto degli europei che di quel che si sta preparando niente devono sapere, specie se sono cittadini degli stati dell'Europa mediterranea.

Sul lavoro di questi undici taglieggiatori erano già uscite delle indiscrezioni. Ma ora che la scadenza si avvicina i rumors si fanno più precisi. Ed anche la stampa italiana, dopo le balle a iosa sui "successi" di Renzi a Berlino, comincia a scrivere qualcosa. Ha iniziato ieri l'altro Il Foglio, con il titolo «Dare soldi, vedere cammello. L'Ue fruga nelle nostre tasche». Ha proseguito ieri il Corriere della Sera che, quasi a voler bilanciare il trionfalismo filo-governativo, ha titolato: «I nuovi vincoli e quelle illusioni sul "fiscal compact"».

E bravo, per una volta, il titolista del Corriere: sul Fiscal Compact sembra proprio che sia arrivato il momento di abbandonare le illusioni. Naturalmente, per chi ce le aveva. Che non è il nostro caso. Ma quale sarà la proposta degli undici, una strana squadra di calcio dove l'Italia, quasi fosse estranea al problema, non è neppure rappresentata?  Stando a quanto scrivono i due giornali italiani la proposta sarà incentrata su tre punti: Debt Redemption Fund, Eurobond, Tassa per l'Europa (anche se loro, ovviamente, non la chiameranno così).

Partiamo dal nuovo Fondo che si vorrebbe istituire, Debt Redemption Fund (DRF) secondo i più, European Redemption Fund (ERF) secondo altri, ma il nome non cambia la sostanza. In questo Fondo verrebbero fatti confluire i debiti di ogni Stato che eccedono il 60% in rapporto al pil. Per l'Italia, ad oggi circa 1.100 miliardi di euro.

Oh bella! Che si sia finalmente trovato il modo di mutualizzare il debito, come sperano gli euro-entusiasti e gli euro-speranzosi di centro-sinistra-destra? A farlo credere ci sono pure gli Eurobond, che a quel punto verrebbero emessi per far fronte alla massa del debito cumulata nel nuovo Fondo. Dunque anche i tassi di interesse della quota del debito italiano andrebbero a scendere. Una vera pacchia, se non fosse per la clausola che dovrebbe garantire - in automatico - l'azzeramento del debito assorbito dal Fondo in un periodo di vent'anni.

Come funzionerebbe questa clausola? Secondo i due giornali citati, con un prelievo diretto da parte del Fondo su una quota delle entrate fiscali di ciascun stato debitore. Così, giusto per non rischiare. Leggere per credere.

Scrive ad esempio Antonio Pilati su Il Foglio: «In realtà l’idea degli esperti è a doppio taglio e la seconda lama fa molto male all’Italia: è infatti previsto che dal gettito fiscale degli stati partecipanti si attui ogni anno un prelievo automatico pari a 1/20 del debito apportato al Fondo. Nel progetto, le risorse raccolte dal fisco nazionale passano in via diretta, tagliando fuori le autorità degli stati debitori, alle casse del Fondo. Si tratta di un passaggio cruciale e drammatico tanto nella sostanza quanto – e ancora di più – nella forma».  

E così pure Riccardo Puglisi sul Corriere della Sera: «L'aspetto gravoso per l'Italia è che la commissione sta anche pensando ad un prelievo automatico annuo dalle entrate fiscali di ciascuno stato per un importo pari ad un ventesimo del debito pubblico trasferito al fondo stesso. Il rientro verso il 60 percento avverrebbe in modo meccanico, forse con un eccesso di cessione di sovranità».

«Forse con un eccesso di cessione di sovranità», impagabile Corriere! Adesso non possiamo sapere con esattezza come andrà a finire, ed è probabile che la patata bollente verrà affrontata solo dopo le elezioni europee. Ma la direzione di marcia è chiara. La linea dell'austerity non solo non è cambiata, ma ci si appresta ad un suo drammatico rilancio, del resto in perfetta coerenza con i contenuti del Fiscal Compact, noti ormai da due anni.

Per l'Italia si tratterebbe di un prelievo forzoso - in automatico, appunto - di 55 miliardi di euro all'anno per vent'anni. Cioè, per parafrase lo spaccone di Palazzo Chigi, di mille euro a persona (compresi vecchi e bambini) all'anno, per vent'anni. Per una famiglia media di tre persone, 60mila euro di tasse da versare all'Europa.

Naturalmente si può dubitare che si possa arrivare a tanto. Ma sta di fatto che questa è l'ipotesi sulla quale l'Unione Europea - quella vera, non quella immaginata a forza di Spinelli - sta lavorando. Magari questa ipotesi estrema verrà limata ed abbellita, ma il punto di partenza è questo. E sinceramente non ci sembra neppure così strano, considerata sia la natura oligarchica dell'UE, che il dominio incontrastato della Germania al suo interno.

E' la logica del sistema dell'euro e della distruzione di ogni sovranità degli stati che in questo sistema sono destinati a soccombere. Tra questi il più importante è l'Italia. E forse sarà proprio nel nostro paese che si svolgerà la battaglia decisiva.

Ma ora, per favore, che nessuno venga a dire che non si conoscono i termini del problema. Il sistema dell'euro, tanto antidemocratico quanto antipopolare, procede imperterrito per la sua strada. Le classi popolari hanno davanti 20 anni (venti) di stenti, miseria e disoccupazione. O ci si batte per il recupero della sovranità nazionale, inclusa quella monetaria, o sarà inutile - peggio, ipocrita - venire a lamentarsi della catastrofe sociale che ci attende.

Lo diciamo ormai da anni, ma il poco encomiabile lavoro degli undici esperti (vedi la scheda in fondo all'articolo per capire chi sono davvero questi taglieggiatori), ha almeno il merito di togliere ogni ragionevole dubbio. Gli eurocrati non si fidano proprio dei singoli stati, dunque basta con i vincoli da rispettare e/o sanzionare. Meglio, molto meglio, mettere direttamente le mani nel gettito fiscale di ogni stato da "redimere". Questa è la novità. Ed è una novità che si commenta da sola.

PS - Che ieri, in questo quadro, il presidente del consiglio abbia definito anacronistico il parametro del 3% nel rapporto debito/pil può solo far sorridere. Anacronistico? Probabilmente sì, ma per l'UE esattamente nel senso opposto a quel che Renzi vorrebbe. Per lorsignori il vincolo del 3% è acqua fresca, ben presto il Fiscal Compact esigerà vincoli ben più stringenti: questa volta non semplici percentuali, sulle quali magari discutere, bensì denaro sonante attinto direttamente con una ben definita Tassa per l'Europa.

Articolo scritto da Leonardo Mazzei per antimperialista.it - che ringraziamo.

NOTA.

Chi sono gli undici taglieggiatori (citati nell'articolo)

Gertrude Tumpel-Gugerell - Ex banchiera centrale austriaca, famosa per le operazioni speculative che misero in difficoltà la banca, è ora nel CdA di Commerzbank.

Agnés Bénassy-Quéré - Economista e docente presso diverse università francesi, ha lavorato al ministero delle finanze di Parigi.

Vitor Bento - Ex banchiere centrale del Portogallo, vicino al Partito Socialdemocratico di quel paese (centrodestra).

Graham Bishop - Consulente finanziario di altissimo livello, ultraliberista della prima ora, è stato membro influente della commissione che, negli anni '90, preparò il passaggio all'euro.

Claudia Buch - Tedesca su posizioni liberiste. Esperta di mercati finanziari.

Leonardus Lex Hoogduin - Economista olandese, è stato advisor della Banca dei Regolamenti Internazionali.

Jan Mazak - Giudice slovacco. E' stato avvocato generale presso la Corte europea di giustizia di Lussemburgo.

Belén Romana - Ex direttore del Tesoro spagnolo, attualmente amministratore delegato della Sareb, la "bad bank" cui sono stati conferiti gli asset tossici del settore immobiliare iberico.

Ingrida Simonyte - Ex ministro delle finanze della Lituania

Vesa Vihriala - Membro dell'Associazione degli industriali finlandesi (poteva mancare la Finlandia?), ex advisor di Olli Rehn.

Beatrice Weder di Mauro - Questa economista, che ha lavorato in passato per il Fondo Monetario Internazionale, è oggi nel board della ThyssenKrupp ed in quello di Hoffman-La Roche.

Leonardo Mazzei.


Considerazioni:
A) la cifra in questione è relativa all' Italia, cioè 20.000 euro in 20 anni ovviamente, la Germania avrà un pro capite di 7.700 euro, e la Francia avrà il suo pro capite di circa 11.285 euro;
B) la domanda seguente è capire come si riuscirà a crescere in Europa, con un taglio del genere, sulle finanze dei cittadini dei paesi messi sotto F.C. pari a circa il 3,5% del PIL per l'Ialia, quella messa peggio di tutti, all' 1,3% per la Germania, evidentemente sopportabile, dell' 1,6% per la Francia, sopportabile un po' meno, va via vengono gli altri pesi messi sempre maluccio. Infatti il solito conto della serva porta a dire che il deficit strutturale dei paesi in questione è pari al 2,6% per l' Italia e quindi come probabile mancando la crescita per i prossimi 5 anni almeno, e parlo di mancata crescita, cioè +/-0% la somma tra deficit strutturale e taglio del debito, sarà pari a 3,5+2,6= 6,1% sul PIL e dovrà essere recuperato da tagli di spesa. Ma dato che tagli del genere, come già accaduto, saranno tali da far diminuire il PIL di circa 2 punti per il primo anno , e nessuno sa di quanto dimnuirà il pil nei successivi anni, il debito tendenziale salirà di circa 2,7 punti in più (oggi sarebbe 133%: (100-2)X100= +2,7 CHE OVVIAMENTE VA RECUPERATO PER ABBASSARE IL DEBITO ED i tagli di spesa saranno pari per il primo anno a circa l' 8,8(6,1+2,7)% e dato che il ragionamento è iterativo al ribasso, quel valore sarà sempre più alto, anno dopo anno ed il risultato sarà lo squilibrio definitivo dei conti pubblici verso una catastrofe epocale. La Francia, che se ne frega del limite del 3%, stando al 5% mediamente, si troverà con 1,6+5=6,6, sempre con il criterio di non fare più debito nuovo, dovrà tagliare la spesa e si troverà esattamente come noi, con il PIL che diminuirà, ma con l' incombenza spaventosa di avere una spesa sociale di oltre 5 punti superiore alla nostra, che non potrà mantenere, avvitandosi anch' essa verso condizioni di forte instabilità e credo con fortissimo rischio di una deriva irreversibile verso destra. La Germania è messa meglio di tutti perchè ha azzerato il deficit e quindi se crescerà dell' 1,3%, cosa abbastanza improbabile data la situazione in eurozona, potrà quasi cavarsela. Ma se dovesse accadere che il suo PIL non cresce, nel giro di qualche anno si troverebbe anch' essa in condizioni difficili. 
Quindi ricapitolando, io affermo che mancando l' azione stimolante della BCE sulla crescita e sull' acquisto del debito dei singoli stati sul primario (eurobond), come avviene oggi per le banche centrali come FED, BoJ e BoE, negli anni, teoricamente, con il F.C. non solo non si ridurrà il debito, ma addirittura aumenterà a ritmi sempre più elevati per Francia e Italia che ricordo hanno il 35% del PIL UEM; dico teoricamente perchè la enorme puttanata del F.C. sarà tale che nel giro di un solo anno, 1,5 anni dalla sua partenza, il sistema salterà matematicamente. 
Sono disponibile per le scommesse. 

La spesa sociale in Europa; ma in Italia siamo veramente spendaccioni?

Mi sono accorto di una cosa veramente seria ed importante relativa alla spesa sociale OECD, che è argomento mai chiarito nelle informazioni che ci forniscono per attaccare la spesa sociale italiana, che essendo gravata da una notevole tassazione, al netto, non è assolutamente superiore a quella di altri paesi, anzi, come vedremo, tenendo conto di fattori correttivi è addirittura inferiore a quella di altri paesi europei.

Questi sono i dati aggregati della spesa sociale (formato excel, aprire il documento) in area OECD.

I DATI SONO RIFERITI AL PIL REALE,CHE RICORDO DAL 2009 AL 2013 IN ITALIA E' DIMINUITO DI 8 PUNTI.

Si può vedere che i dati disponibili sono di due tipi:
A)spesa pubblica sociale (dati agg.ti al 2011);
B)Spesa sociale privata;
C)spesa pubblica sociale (A+B) al netto della tassazione (Total net social expenditure);

Cosa significa al netto della tassazione, significa che quella spesa è ciò che resta nelle tasche dei beneficiari (in percentuale del PIL).

I dati da me estratti dalla tabella per alcuni paesi europei sono riportati sotto:

                       A)pubexp           B)privex      C)netexp      A+B     (A+B)-C

                        '09 '11                 '09             '09              '09         '09

AUSTRIA          29,1 / 27,9;           2,1;           25,6;          31,2;       5,6;

BELGIO            29,7/ 29,6;            2,3;           28,1;          32;          3,9;

FRANCIA          32,1/ 32,1;            3,1;           32,1;          35,2         3,1;

GERMANA         27,8/ 26.2;            3,2;           27,5;          31;          3,5;

IRLANDA          23,6/ 23,4;            2,2;           23,3;          25,8;        2,5;

ITALIA             27,8/ 27,6;            2,3;           25,5;          30,1;        4,9;

OLANDA           23,2/ 23,7;            6,7;           25,3;          29,9;        4,6;

SPAGNA           26,0/ 26,0;            0,5;           25,2;          26,5;        1,3;


Cominciamo ad osservare che il PIL italiano dal 2009 al 2011 è diminuito in termini reali del 3,2%, ciò significa che rispetto al 2009 la spesa sociale riferita al valore di allora del 27,8 è in realtà arrivata in valore assoluto al valore del 26,7 cioè -1,1% punti di PIL in meno rispetto al 2009. Dalla proporzione seguente  [27,8:100=X:96,8] si ricava il valore di 26,9% sul PIL cui va detratto lo 0,2% che compare dalla differenza tra 2009 e 2011. Allo stesso modo calcolando il valore per la Germania il cui PIL tra 2009 e 2011 è aumentato di 2,2% ma la spesa è in realtà diminuita di -1,3% rispetto al 2009 contro il -1,1% dell' Italia ma la tassazione incide al 4,9% in Italia ed al 3,5% in Germania cioè vale il 28% in più e quindi al netto la diminuzione di spesa pubblica è praticamente la stessa.

Ma andiamo a guardare cosa accadeva sulla spesa sociale che in Italia è pari al netto della tassazione nel 2009 al 25,5% del PIL in totale mentre al netto della parte privata(sostanzialmente esentasse) diventa pari al 25,5-2,3=23,2 (parte pubblica al netto tasse) mentre per la Germania, con gli stessi criteri  era 27,8-3,2=24,6 al netto della tassazione, cioè pari a + 1,4% rispetto al proprio PIL rispetto al valore netto che arriva ai cittadini italiani.
Tali valori nel 2011, riferiti al 2009 diventano 23,2- 1,1%= 22,1% per la Germania tale valore diventa 24,6-1,3=23,3% sempre rispetto al valore 2009.
Interessante è guardare ai valori della Francia dove al netto del privato e delle tasse la spesa era pari nel 2009 a 32,1- 3,5 = 28,6 e nel 2011 è calata, tenendo conto che il PIL francese è salito tra 2009 e 2011 di 0,6%, al 28,2%; al netto della tassazione tale spesa pubblica era pari a  28,2- 22,1= +6,1% rispetto all' Italia e pari a 28,2-23,3= 4,9% sempre riguardo i rispettivi PIL che ovviamente sono diversi tra Francia, Germania e Italia.

Ricapitolando la spesa pubblica sociale (che comprende anche la spesa pensionistica) al netto delle tasse, cioè a carico netto delle casse statali, in Italia è assolutamente minore della spesa sociale di Germania e Francia e come risulta dalla tabella colonna  C) assolutamente in linea, anzi tra i valori minori tra i Paesi UEM. Quando sento parlare di taglio alle pensioni (Cottarelli & C.), che hanno subito già dal 2009 un taglio reale di circa il 10% a causa di non rivalutazione in base al costo della vita, allora mi incazzo di brutto e dico non vi azzardate a rompere i coglioni a chi ha già dato e soprattutto quando vi parleranno di eccessiva spesa sociale, ricordatevi di questa mia nota e di questi miei dati.

IL DEBITO PUBBLICO ITALIANO SENZA IL DIVORZIO TRA BANKITALIA E TESORO

PARTI TUTTO DA QUEL DIVORZIO TRA BANKITALIA E TESORO; OGGI NE POSSIAMO VEDERE GLI EFFETTI E ANDREATTA; L' IDEATORE DI QUELL' IMBROGLIO NE PARLA QUI.

l divorzio tra Tesoro e Bankitalia e la lite delle comari: uno scritto per il Sole del 26 luglio 1991
di Nino Andreatta
   

In questo testo, pubblicato il 26 luglio 1991dal Sole-24 Ore, Beniamino Andreatta analizzava, a distanza di dieci anni, la storica "separazione dei beni" tra Banca d'Italia e ministero del Tesoro avvenuta nel luglio del 1981. Nel finale dell'articolo, Andreatta rievocava anche la vicenda delle "comari", lo scontro con il ministro delle Finanze socialista Rino Formica che nel 1982 portò alla crisi del Governo Spadolini.

Con l' asta dei BoT del luglio 1981 iniziava, dieci anni fa, un nuovo regime di politica monetaria. Si inaugurava, infatti, il cosidetto "divorzio" fra Tesoro e Banca d' Italia: una "separazione dei beni" che esimeva la seconda dal garantire in asta il collocamento
integrale dei titoli offerti dal primo. Oggi la "separatezza" fra i poteri esecutivo, legislativo e monetario e' chiamata a test ancora piu' impegnativi, con gli impegni prossimi venturi in tema di unione monetaria e di vincoli al finanziamento e alla misura stessa del deficit di bilancio. Il Sole-24 Ore ha voluto ricordare, con gli scritti dei protagonisti e dei testimoni privilegiati del "divorzio" del 1981, uno spartiacque della politica economica degli anni 80. Con l' augurio che questo decennio veda
ulteriori progressi nella chiarezza dei ruoli e delle responsabilita'.
Ero al ministero del Tesoro da poco piu' di tre mesi, di cui due quasi integralmente occupati a rimettere in movimento il meccanismo delle nomine bancarie -nomine da ministro della Repubblica, senza condiscendenze alle pressioni dei partiti della maggioranza - quando dovetti valutare, con senso di urgenza, che la crisi del secondo
shock petrolifero imponeva di essere affrontata con decisioni politiche mai tentate prima di allora. La propensione al risparmio finanziario degli italiani si stava proprio in quei mesi abbassando paurosamente e il valore dei cespiti reali - case e azioni- aumentava a un tasso del cento per cento all' anno.
La soluzione classica sarebbe stata quella di una stretta del credito, accompagnata da una stretta fiscale, che, come nel 1975, avesse creato una recessione con una caduta di alcuni punti del prodotto interno lordo; ma l' esperienza stessa degli anni 70 indicava due ordini di difficolta' :
a) la Banca d' Italia aveva perduto il controllo dell' offerta di moneta, fino a quando essa non fosse stata liberata dall' obbligo di garantire il finanziamento del Tesoro;
b) il demenziale rafforzamento della scala mobile, prodotto dell' accordo tra Confindustria e sindacati confederali proprio nei primi mesi del 1975, aveva talmente irrigidito la struttura dei prezzi, che, in presenza di un raddoppio del prezzo dell' energia, anche una forte stretta da sola era impotente a impedire che un nuovo
equilibrio potesse essere raggiunto senza un' inflazione tale da riallineare prezzi e salari ai costi dell' energia.
L' imperativo era di cambiare il regime della politica economica e lo dovevo fare in una compagine ministeriale in cui non avevo alleati, ma colleghi ossessionati dall' ideologia della crescita a ogni costo, sostenuta da bassi tassi di interesse reali e da un cambio debole. La nostra stessa presenza nello Sme era allora messa in pericolo (c'è da ricordare che il partito socialista si era astenuto quando il Parlamento voto' nel 1978 sull' adesione all' accordo di cambio e che i ministri socialisti avevano di fatto un potere di veto sulla politica economica).
I miei consulenti legali mi diedero un parere favorevole sulla mia esclusiva competenza, come ministro del Tesoro, di ridefinire i termini delle disposizioni date alla Banca d' Italia circa le modalita' dei suoi interventi sul mercato e il 12 febbraio 1981 scrissi la lettera che avrebbe portato nel luglio dello stesso anno al "divorzio". Il termine intendeva sottolineare una discontinuita' , un mutamento appunto di regime della politica economica; un' analoga operazione che negli Stati Uniti pose termine nel 1951 alla politica di denaro facile, che aveva permesso il finanziamento della Seconda guerra mondiale, veniva ricordata come l' agreement tra Tesoro e Fed. Nei limiti stretti delle mie competenze era invece mia intenzione sottolineare la novita' , la rottura con il passato, quando poteva apparire "sedizioso" un comportamento della Banca che rifiutasse il finanziamento del fabbisogno pubblico per non creare base monetaria
in eccesso.
Il divorzio non ebbe allora il consenso politico, ne' lo avrebbe avuto negli anni seguenti; nato come "congiura aperta" tra il ministro e il governatore divenne, prima che la coalizione degli interessi contrari potesse organizzarsi, un fatto della vita che sarebbe stato troppo costoso - soprattutto sul mercato dei cambi - abolire per ritornare alle piu' confortevoli abitudini del passato.
Per rafforzare l' autonomia della Banca d' Italia altre due questioni
venivano affrontate in quella lettera:
1) costituzione di un consorzio di collocamento tra banche commerciali, nelle mie intenzioni destinato soprattutto per il debito pubblico a piu' lunga scadenza;
2) una nuova regolamentazione dello scoperto del conto corrente di Tesoreria.

I tempi non erano maturi per affrontare questi aspetti e la Banca d' Italia preferi' procedere solo sul nuovo regolamento della sua presenza nelle aste. Facendo queste proposte era mia intenzione drammatizzare la separazione tra Banca e Tesoro per operare una disinflazione meno cruenta in termini di perdita di occupazione e di
produzione, sostenuta dalla maggiore credibilita' dell' istituto di emissione una volta che esso fosse liberato dalla funzione di banchiere del Tesoro. Accarezzai anche l' ipotesi di un rebasement della lira che avrebbe potuto essere sostituita da uno scudo
italiano, con parita' uno a uno con l' Ecu, e con l' impegno unilaterale di mantenere nel tempo questa parita' e approfondii l' argomento in numerose conversazioni con Ortoli, allora vicepresidente della Commissione di Bruxelles. Il filo conduttore era lo stesso che ispiro' il divorzio, quello, cioe' , di facilitare la politica di stabilizzazione favorendo il formarsi di aspettative favorevoli da parte degli operatori che avrebbero agevolato la trasmissione sui prezzi della politica monetaria, minimizzando gli effetti negativi
sui volumi.
Senza presunzioni eccessive, questa lettera ha segnato davvero una svolta e il divorzio, assieme all' adesione allo Sme (di cui era un' inevitabile conseguenza), ha dominato la vita economica degli anni 80, permettendo un processo di disinflazione relativamente indolore, senza che i problemi della ristrutturazione industriale venissero
ulteriormente complicati da una pesante recessione da stabilizzazione.
Naturalmente la riduzione del signoraggio monetario e i tassi di interesse positivi in termini reali si tradussero rapidamente in un nuovo grave problema per la politica economica, aumentando il fabbisogno del Tesoro e l' escalation della crescita del debito rispetto al prodotto nazionale.
Da quel momento in avanti la vita dei ministri del Tesoro si era fatta piu' difficile e a ogni asta il loro operato era sottoposto al giudizio del mercato. Il bilancio di competenza del 1982 e' la dimostrazione di questa nuova situazione: riuscii in pratica ad azzerare i fondi globali, cosa che non era successa prima ne' successe dopo. Il saldo netto da finanziare del bilancio preventivo e il fabbisogno del consuntivo furono del 10% inferiore agli analoghi aggregati dell' anno precedente, anche se poi la Tesoreria, caricata nel recente passato, provoco' un volume eccezionalmente elevato di indebitamento.
Bisognava continuare a stringere le spese di competenza e nella preparazione del bilancio ' 83 si chiese al Parlamento una delega amplissima per affrontare con decreti delegati i nodi che il Parlamento stesso si dimostrava riluttante a sciogliere. Queste
deleghe furono nell' autunno rifiutate e, nel mezzo del turbamento che ne segui' sui mercati finanziari, il collega Formica propose di rimborsare una quota soltanto del debito del Tesoro con una specie di concordato extragiudiziale. Risposi a rime baciate per sdrammatizzare il panico che ne sarebbe potuto seguire; e subito fu l'affare delle
comari. Pochi mesi piu' tardi, in analoghe circostanze, Jacques Delors riusci' a sbarcare cinque ministri che avevano sostenuto - privatamente - la convenienza per la Francia di uscire dallo Sme. La stampa e i politici di casa nostra sembravano invece ignorare il baratro che avevamo sfiorato e ipocritamente si scandalizzarono per
la forma delle mie risposte. Il divorzio aveva fatto la sua prima vittima ed era il suo autore; ma aveva dimostrato di funzionare. Negli anni successivi non divenne certo popolare nei palazzi della politica, ma continuo' ad assicurare legami fra la politica italiana e quella dell' Europa.

Quindi lo stesso Andreatta afferma:

"Naturalmente la riduzione del signoraggio monetario e i tassi di interesse positivi in termini reali si tradussero rapidamente in un nuovo grave problema per la politica economica, aumentando il fabbisogno del Tesoro e l' escalation della crescita del debito rispetto al prodotto nazionale."

E soprattutto:

"Il divorzio aveva fatto la sua prima vittima ed era il suo autore; ma aveva dimostrato di funzionare. Negli anni successivi non divenne certo popolare nei palazzi della politica, ma continuo' ad assicurare legami fra la politica italiana e quella dell' Europa".

In queste due frasi c' è tutto; una semplice lettera di Andreatta ci ha condotto a questa situazione. Ma vorrei affrontare un discorso che mi risulta mai prima affrontato in termini numerici; il quesito semplice è questo: "senza quel divorzio, detrminato nel 1981 a quanto sarebbe oggi il debito pubblico italiano"?

Partiamo da questo grafico che fornisce l' andamento del debito pubblico tra il 1950 e il 2010, vediamo che la pendenza del grafico tra il 1970 e il 1980 è pari a (da 40% a 55%) +15%/10 anni=+1,5% annuo. Tra 1981 e 1990 lo stesso calcolo porta a (da 55% a 95%) + 40%/10 anni= + 4% annuo, cioè nei successivi 10 anni, l' incremento del debito è stato pari a 2,7 volte volte quello del periodo decennale precedente. Come afferma lo stesso inventore del divorzio, quella decisione, portò nei successivi 10 anni (e in quei precedenti 10 anni ci furono due crisi petrolifere) al 95% del rapporto debito/PIL invece che al' 70% (55+15=70%); estrapolando il dato ai successivi 20 anni ed arrivando quindi al 2010, e senza politiche di riduzione della spesa, quelle avvenute negli anni '90, il rapporto debito/PIL sarebbe arrivato al 100% ;(70+1,5x20=100%). In realtà nel 2010, come tutti possiamo osservare dal predetto grafico, il rapporto debito/PIL era vicino al 120%, cioè 20% in più. Ma cosa sarebbe accduto con i tagli di spesa apportati nella seconda metà degli anni '90 dai governi tecnici di quell' epoca? Quelle politiche riuscirono a ridurre il debito di circa 18 punti percentuali; cioè nel 2010, senza quel divorzio tra Tesoro e Bankitalia, saremmo a 100-18= 82% come rapporto del debito sul PIL, condizioni ottimali per affrontare la crisi economica nata nel 2008, ed oggi senza quella assurda decisione, che secondo quel immenso imbecille avrebbe dovuto portarci in Europa, forse quell' Europa che gli emuli di Andreatta amano così tanto, sarebbe stata molto più accettata e sia l' Italia che la stessa Europa sarebbero state molto più stabili e l' Italia molto più competitiva e ricca.
L' ultimo atto di quella strategia nata nel 1981, si è consumato con il decreto su Bankitalia voluto sempre dagli eredi naturali di Beniamino Andreatta; sarà il caso di fermarli per sempre con tutte le forze possibili?.

venerdì 28 ottobre 2011

Socialismo fasullo e numeri veri.

SCRIVO SU CHICAGO BLOG, IN RISPOSTA AD UN ARTICOLO DI CARLO LOTTIERI CHE RIPORTO INTEGRALMENTE SOTTO:
 
 
 
28 ottobre 2011 a 0:03 
 
Pubblico qui di seguito i dati ricavati dalle classifiche OCSE, sulla spesa per PENSIONI E SANITA’ (somma pensioni e famiglie in flusso di cassa, servizi e taglio tasse) in % PIL in alcuni paesi ocse (dati 2007); non ci sono dati successivi ad oggi. N.B. La spesa pensionistica in Italia dal 1990 al 2007 è diminuita del 57,1% per gli uomini e del 22,1 per le donne, caso unico nel panorama OCSE dove ad es: in Germania è aumentata nello stesso periodo del 24,1% ed in Francia del 10,6 per gli uomini e del 162,8 per le donne.
SPESA PENSIONISTICA IN % PIL(VAL. 2007)
Austria: 15,6 ; Belgio: 15,9 ; Francia: 16,6 ; Germania : 15,1 ; Grecia 13,4 ; Italia: 16,9 ; Giappone : 13,7 ; Spagna: 9,7 ; U K: 14,6 ; USA 12,4 ;
SPESA PER LA SANITA’ PUBBLICA
Austria: 6,8; Belgio: 7,3; Francia: 7,5 ; Germania: 7,8 ; Grecia: 5,9; Italia: 6,6 ; Giappone: 6,3 ; Spagna: 6,1; UK: 6,8 ; USA: 7,2 ;
La somma delle due spese pubbliche è pari:
Austria: 22,4; Belgio: 23,2; Francia : 24,1; Germania: 22,9; Grecia: 19,3; Italia: 23,5; Giappone: 20,0; Spagna: 15,8; UK: 21,4; USA: 19,6;
Quindi questi sono dati certi e verificabili, e da questi dati, ognuno può rendersi conto che il socialismo non c’ entra nulla, a meno che non si vogliano considerare basati su economie socialiste quei paesi che si citano e praticamente tutti i paesi OCSE, dato che sono tutti in un range di -1,62 %(USA) e + 2,88% (FRANCIA) RISPETTO ALLA MEDIA DI 21,22% sempre RISPETTO AL PIL. Compare inoltre lo strano fatto, che la spesa per questi due settori, da noi, non sia molto diversa da altri paesi avanzati, evidentemente le cause della spesa abnorme e dello stock del debito sono altre ed è là che occorre intervenire. In grande, le cause credo siano da addebitare alla spesa per la politica ed i suoi derivati e per l’ evasione fiscale abnorme, qui da noi e che ho quantificato in circa 2300 MLD negli ultimi 20 anni.


Carlo Lottieri, scrive su CHICAGO BLOG:

http://www.chicago-blog.it/author/carlo-lottieri/

Un paradosso. Nel mio ambiente di lavoro, l’università, quando incontro qualcuno non più giovane e con l’aria triste ci sono buone probabilità che sia lì lì per lasciare l’accademia. I ricercatori a 65 anni e i professori a 70 ormai sono costretti ad andarsene a casa, e in genere lo fanno con la morte nel cuore. Leggo sulla stampa di oggi che anche un luminare in malattie infettive dell’ospedale di Brescia, professor Giampiero Carosi,  è costretto ad andare in pensione (è nato nel 1941) e ad abbandonare l’Istituto universitario che dirige.
Poi c’è il “resto del mondo”, ossia il nuovo leader del sindacalismo tricolore, Umberto Bossi, quotidianamente in trincea per difendere il diritto ad andare in pensione prima dei 65 anni, mentre l’Europa, Angela Merkel, gli opinionisti illuminati, le agenzie di rating, il Fondo monetario internazionale e – chi lo sa? – forse anche l’Uefa e i mormoni dello Utah spingono per una riforma che ritardi quanto più sia possibile l’età del pensionamento.
La contraddizione (in parte apparente) è presto detta: un professore anziano costa ai conti pubblici assai più di un professore pensionato, e poiché si spera che non verrà sostituito l’operazione – sul piano contabile – è conveniente. Se invece un operaio smette di lavorare, non vivrà più con i soldi che prima riceveva dall’impresa in cambio del suo lavoro, ma con il denaro che l’Inps avrebbe dovuto accantonare e investire (e che invece sono spariti nel buco nero della previdenza di Stato).
Tutto discende dal fatto che il mondo, da tempo, è a testa in giù. La gente non ha la possibilità di gestire da sé il proprio risparmio previdenziale, costruendosi una pensione per la vecchiaia. No: la statizzazione della previdenza fa sì che siamo tutti immersi in logiche collettiviste. Si paga tanto (di sicuro) e si riceverà qualcosa (forse). Le pensioni di Stato hanno riscritto Karl Marx in questi  termini: “da ciascuno secondo le sue possibilità, e quanto più può; e a ciascuno secondo la sua capacità di strappare benefici e privilegi”.
Lo Stato, che un tempo era essenzialmente guerre e conquiste, oggi è divenuto buono. Lo Stato, oggi, è in primo luogo la Previdenza che si prende cura di noi. Possiamo anche diventare più stupidi di quanto non siamo già, possiamo anche giocare tutti i nostri soldi alle slot-machine del bara sotto casa. Che importa? Lo Stato pensa ai noi e amministra la nostra vita. Perché mai dovremmo lamentarsi?
P.S. Sempre sui giornali di oggi si può leggere che tra meno di venti mesi potranno ottenere il diritto al vitalizio pensionistico i quarantacinquenni Italo Bocchino e Alberto Giorgetti, e molti altri (magari meno noti) che sono nella loro situazione. Ma il vero problema non è tanto la Casta. Il nemico da sconfiggere è il socialismo.

CONCLUDO:

Io credo che bisogna imparare a gardare i dati e smetterla di fare riflessioni basate soltanto su idee personali.

mercoledì 5 ottobre 2011

Presentazione

Dopo molte titubanze e ripensamenti, ho deciso di aprire questo spazio che gradirei fosse utilizzato da persone che siano soprattutto caratterizzate da comportamenti improntati alla signorilità ed alle buone maniere.
Gli argomenti che voglio siano qui affrontati, sono i seguenti:
-Economia e finanza;
-Arte;
-Scienze;
-Politiche sociali .

Altri argomenti, quali la politica e le sue dispute, sono ammesse purchè sempre trattate con metodi improntati al bon ton e purchè non sterili.
Ciò premesso, ritengo essenziale che in Italia si crei un ambiente, sempre più ampio, possibilmente anche partendo da questo spazio, dove sia possibile recuperare una visione oggettiva e non di parte e basata su fatti accertati, che consenta di informare l' opinione pubblica, in modo corretto e libero da preconcetti; mi sono stufato delle balle che vedo circolare sui media e di cui ho sempre diffidato.
Per iniziare, voglio esporre un tema economico riguardante un comparto della spesa pubblica, basato sui costi della sanità in Italia.
Partendo da questo studio del governo

http://www.salute.gov.it/salaStampa/documenti/SF_1.pdf

relativo al 2008, si rileva che circa il 30% della spesa pari a 106 MLD di euro circa, è rappresentata da "beni e servizi" e tenendo conto di questo studio di Farmindustria:

http://www.farmindustria.it/pubblico/analisicostiSSN.pdf

si ricava che si possono risparmiare circa 180 MLN per punto percentuale e cioe sul comparto in questione, circa:

0,180x30=5,4 MLD di euro. 

Quindi, rapidamente, ed agendo sui meccanismi di trasferimento dallo Stato alle regioni, in un tempo molto ristretto, ed attraverso rigidi e rigorosi controlli, si potrebbe arrivare a ridurre almeno questo spreco.
Alberto49